Articolo 1
Corpi in rivolta. In lotta per i diritti.
I nostri corpi non sono mai stati neutri.
Sono il primo luogo in cui il potere prova a imporre confini, norme, paure. Sono ciò che viene giudicato, regolato, escluso, colpito quando una società decide chi può esistere liberamente e chi invece deve essere correttə, nascostə, limitatə. Ma i nostri corpi sono anche il primo spazio della coscienza, della dignità, della trasformazione.
“Corpi in rivolta” significa riconoscere che ogni percorso di liberazione nasce da una presa di coscienza, individuale e collettiva. È il momento in cui apriamo gli occhi sulla violenza che attraversa la realtà: l’omolesbobitransfobia, i discorsi d’odio, il bullismo, l’abilismo, la misoginia, il razzismo e il patriarcato. La matrice di queste discriminazioni è la stessa alla base anche del suprematismo che alimenta il genocidio a Gaza, la pulizia etnica in Cisgiordania, la sistematica violazione dei diritti umani nei conflitti globali, come in Ucraina, Libano e Sudan. Dobbiamo comprendere che ciò che ci ferisce nel privato non è mai solo personale, ma si inserisce in sistemi oppressivi più ampi, che colpiscono comunità intere. La rivolta nasce proprio qui: quando smettiamo di considerare inevitabile ciò che ci opprime.
Come individuə e come comunità abbiamo il dovere di ribellarci e spezzare l’indifferenza, rifiutando di renderci complici di queste oppressioni anche quando colpiscono altrə lontani da noi, in altre parti del mondo.
Essere in rivolta significa allora rifiutare l’idea che il mondo, così com’è, debba restare immutabile. Significa trasformare la consapevolezza in azione, la rabbia in lotta, l’esperienza vissuta in forza politica.
Rivendichiamo il diritto di ogni persona a scegliere il proprio nome, il proprio corpo, la propria identità e la propria espressione di genere. Rivendichiamo il diritto di vivere liberamente le proprie relazioni affettive, sociali e familiari, senza dover chiedere il permesso a un ordine morale prestabilito. Come ha mostrato Judith Butler, il genere non è una verità naturale immutabile, ma una costruzione sociale e politica: per questo negare l’autodeterminazione significa imporre una norma dominante su chi viene resə marginale, non conforme, invisibile.
Per questa ragione, i nostri corpi, nella loro stessa visibilità, sono già un atto politico. La nostra esistenza è una pratica quotidiana di liberazione e rivendicazione. Ogni corpo che rifiuta di essere corretto, nascosto o disciplinato apre uno spazio di libertà anche per altrə.
La storia del movimento LGBTQIA+ ci insegna che nessun diritto è stato concesso spontaneamente. Ogni conquista è nata da persone e comunità che hanno scelto di esporsi, di resistere, di reclamare spazio, voce, riconoscimento. La lotta per i diritti è un processo vivo, che unisce le battaglie contro tutte le forme di oppressione e che si alimenta nella solidarietà, nell’educazione, nella cultura e nella cura reciproca.
“Corpi in rivolta” è infine una dichiarazione di autodeterminazione. È la scelta di affermare chi vogliamo essere: per noi stessə, per la nostra comunità, per la società che immaginiamo. Significa rivendicare con forza che i nostri corpi, le nostre identità, i nostri affetti e le nostre famiglie non devono essere oggetto di controllo, ma soggetti di libertà.
Per questa ragione, le associazioni del Coordinamento Arcobaleno di Milano affermano che il Milano Pride 2026 non è solo celebrazione: è coscienza, resistenza, progetto. È il percorso che parte dal riconoscere l’ingiustizia, attraversa la lotta e arriva alla costruzione di un futuro migliore.
Perché i nostri corpi non chiedono permesso per esistere.
I nostri corpi insorgono.
E nella rivolta, rivendicano dignità, diritti e libertà per tuttə.
Articolo 2
Dall’oppressione alla presa di coscienza
Negli ultimi anni stiamo assistendo a un progressivo inasprimento del dibattito pubblico, alla crescita della violenza in tutte le forme: da quella privata a quella online, che si manifesta attraverso hate speech e cyberbullismo, fino alla vita quotidiana, a scuola, sul lavoro, nelle nostre città. È una violenza fatta di attacchi verbali e fisici contro chi viene percepito come diverso per il colore della pelle, perché economicamente ai margini, perché persona con disabilità, gender non conforme, transgender, gay, lesbica o per il modo in cui vive alla luce del sole la propria identità, i propri affetti e le proprie relazioni. Parallelamente, il rifiuto dell’altro, del rispetto e del dialogo come basi delle relazioni sociali e politiche si sta concretizzando nell’uso sistematico della forza, della violenza, del sopruso e della guerra, fino alla sprezzante violazione del diritto internazionale. Un’escalation preoccupante che rischia di vanificare quanto costruito in 80 anni di cooperazione internazionale e democrazia liberale basate sull’affermazione dell’uguaglianza e dei diritti di ogni individuo.
La comunità LGBTQIA+ in particolare sta assistendo in diversi Paesi del mondo, e anche in Italia, a una serie di attacchi mediatici, legislativi e politici che mirano a cancellare i progressi compiuti negli ultimi decenni e a riportare indietro le lancette dei diritti, criminalizzando le persone LGBTQIA+ e spingendole verso una condizione di invisibilità, marginalizzazione e clandestinità, private dei propri diritti. Questo è inaccettabile e va assolutamente fermato. Nella consapevolezza che ogni volta che un singolo essere umano viene perseguitato e spinto ai margini, si apre la strada per ulteriori soprusi che rendono la società spietata e invivibile per tutti.
Le persone trans, non binarie e intersex si trovano in particolare oggi al centro di un’offensiva politica e culturale globale senza precedenti. In numerosi Paesi assistiamo alla crescita di movimenti autoritari e reazionari che individuano in queste persone un bersaglio simbolico, utilizzando la propaganda transfobica come strumento per alimentare paura, divisione sociale e consenso politico. Questa retorica non colpisce soltanto le persone trans, non binarie o intersex. L’attacco ai loro diritti rappresenta spesso il primo passo di un progetto più ampio, che mira a limitare l’autodeterminazione di tutte le persone: donne, persone LGBTQIA+, minoranze etniche e religiose, e chiunque metta in discussione modelli sociali rigidi, escludenti e gerarchici.
Vediamo crescere tentativi di censura nelle scuole e nelle università, restrizioni all’accesso alle cure di affermazione di genere, campagne di disinformazione sui media e sui social network, attacchi alla ricerca scientifica e alla libertà accademica. Sempre più spesso il dibattito pubblico viene contaminato da narrazioni che negano la realtà delle vite non conformi a presunti modelli che si vogliono imporre come universali, mettendo in discussione la dignità delle persone LGBTQIA+.
Di fronte a questa deriva, riaffermiamo un principio semplice: i diritti umani non sono negoziabili. L’identità di genere, l’espressione di genere e le caratteristiche sessuali non possono diventare oggetto di compromessi politici né di campagne elettorali costruite sulla paura.
Rivendichiamo inoltre il diritto a essere rappresentatə correttamente nei media, nelle istituzioni e nel dibattito pubblico, contrastando ogni forma di disinformazione e di odio organizzato. Le nostre esistenze non sono un’opinione, né una minaccia: fanno parte della pluralità umana che ogni democrazia autentica ha il dovere di proteggere.
Quando governi e i movimenti autoritari cercano un nemico da colpire, troppo spesso iniziano dai nostri corpi. Per questo la liberazione delle persone trans e LGBTQIA+ riguarda il futuro stesso della democrazia.
Articolo 3
Cambiare si può, anzi si deve!
Il movimento LGBTQIA+ affonda le sue radici nella lotta aperta, nelle strade e negli spazi pubblici, per la liberazione e l’autodeterminazione. Una storia, inaugurata storicamente dai moti di Stonewall e dalle prime storiche manifestazioni di rivendicazione, che ci ricorda che i diritti non vengono concessi dall’alto, ma conquistati attraverso la mobilitazione.
Oggi riaffermiamo la centralità della lotta nonviolenta, ispirandoci ai grandi esempi storici di resistenza civile che hanno dimostrato come la fermezza ideale e la disobbedienza pacifica possano portare importanti progressi sociali e civili, scardinando sistemi oppressivi apparentemente incrollabili.
Un esempio positivo e recente di questo modello di battaglia civile è rappresentato dal superamento delle barriere alle carriere alias in Regione Lombardia. Questa vittoria dimostra che la persistenza politica, il dialogo istituzionale, pressione dal basso e la solidarietà comunitaria possono produrre risultati tangibili e concreti. È la prova che cambiare la realtà è possibile.
La scuola pubblica rappresenta il laboratorio principale in cui si costruisce la società del futuro. Chiediamo che venga posto fine a ogni forma di censura ideologica e che siano garantiti spazi educativi liberi, inclusivi e rispettosi dell’autodeterminazione di tutte le persone.
Anche i fatti di cronaca più recenti sono la dimostrazione che è urgente introdurre nei programmi scolastici di ogni ordine e grado percorsi strutturati di:
Rivendichiamo l’uso di un linguaggio inclusivo e rispettoso, capace di riflettere l’evoluzione della nostra società e di diventare strumento di incontro tra culture, esperienze e identità differenti.
Vogliamo superare le definizioni obsolete e le categorie rigidamente binarie – maschile/femminile, etero/omo – che non descrivono adeguatamente l’esperienza di molte persone trans, non-binarie, intersex e queer.
L’affermazione dei diritti di tutte le persone e il superamento delle definizioni che non rispecchiano la realtà dei corpi, delle identità e delle esperienze concrete devono diventare parte integrante della formazione del personale che eroga servizi pubblici: insegnanti, agenti di polizia, personale sanitario, personale amministrativo.
Solo attraverso una profonda revisione strutturale della formazione pubblica e un impegno politico costante sarà possibile trasformare l’indignazione in un cambiamento reale, costruendo una società radicalmente più giusta.
Articolo 4
Per i diritti di tuttə
La liberazione che rivendichiamo non riguarda un solo ambito della vita, né una sola comunità. È una trasformazione profonda della società, delle sue istituzioni e delle sue relazioni di potere. Per questo la nostra lotta tiene insieme diritti civili, autodeterminazione, giustizia sociale, pace e solidarietà internazionale.
È una liberazione dal profondo respiro intersezionale, intrecciata con il transfemminismo, con l’antirazzismo e con tutte le lotte contro le oppressioni. Perché nessuna persona può dirsi davvero libera finché qualcunə viene escluso dal diritto di esistere per ciò che è e per ciò che vuole essere.
Ogni persona deve poter partecipare pienamente alla vita della società, con pari diritti, pari doveri e pari opportunità. È responsabilità della politica rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà personale e garantire pieno riconoscimento a tutte le forme di vita, di affetto, di relazione e di famiglia.
Questo richiede una rottura politica chiara con l’ordine patriarcale ed eteronormativo che ancora struttura le nostre istituzioni e la società intera.
Riconoscere appieno le famiglie LGBTQIA+ significa affermare che l’amore, la cura e la responsabilità non appartengono a un solo modello familiare. Significa sottrarre la vita delle persone al controllo normativo dello Stato e affermare il diritto di esistere anche fuori dalle categorie imposte.
Per questo chiediamo riforme precise e non più rinviabili:
Allo stesso tempo è necessario garantire il pieno diritto all’autodeterminazione delle persone transgender, gender-non-conformi e non binarie:
L’uguaglianza non può restare una promessa da rincorrere: deve diventare cittadinanza piena.
La nostra battaglia non riguarda solo i diritti di una comunità, riguarda la qualità della democrazia. Una società che discrimina, che esclude, che gerarchizza le vite è una società più fragile e meno libera per tuttə. Per questo la nostra visione politica si fonda su un’idea di società costruita sui diritti umani universali, sulla democrazia e sulla solidarietà internazionale.
Sosteniamo una politica estera orientata alla pace, alla cooperazione tra i popoli e al rispetto del diritto internazionale. Di fronte ai conflitti che attraversano il mondo, riaffermiamo con forza la centralità della tutela delle popolazioni civili, della diplomazia e delle istituzioni multilaterali.
La pace, la giustizia e i diritti fondamentali devono essere il quadro entro cui costruire le relazioni tra gli Stati. Un’alternativa alla guerra e alla violenza è sempre possibile: va cercata e costruita attivamente.
Le guerre, le repressioni autoritarie, il razzismo e le persecuzioni politiche colpiscono in modo particolarmente violento le persone LGBTQIA+, che in molti contesti vengono private di protezione, assistenza e diritti fondamentali, spesso costrette alla clandestinità, all’esilio o al silenzio per sopravvivere.
Per questo la liberazione LGBTQIA+ non può essere separata dalla lotta per la pace, dalla difesa dei diritti umani e dalla solidarietà internazionale tra i popoli oppressi.
Contrastare la violenza sistemica significa rifiutare un mondo costruito sulla paura, sul controllo e sull’esclusione. Significa affermare un’altra idea di società, fondata sulla dignità, sull’autodeterminazione e sulla libertà di esistere.
Quando i diritti si allargano, si rafforza la democrazia.
E quando la libertà cresce per qualcuno, cresce per tuttə.
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