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Documento politico Milano Pride 2018

#CiviliMaNonAbbastanza

Il 30 giugno 2018 le associazioni del Coordinamento Arcobaleno di Milano scendono in piazza per denunciare come ancora oggi viviamo in un contesto sociale, politico e culturale in cui, spesso, alcune parti della società ci appaiono costantemente attive a promuovere odio e divisioni. La logica dietro questa propaganda, sempre più diffusa sia a livello nazionale che internazionale, è quella di individuare e stigmatizzare intorno a sé dei nemici. Spesso il nemico è individuato nella persona migrante, in quella omosessuale, lesbica, transgender, bisessuale, intersex, asessuale, in chi possiede un diverso orientamento politico o professa una differente religione. La disperata azione di individuare un nemico all’interno della società è proporzionale all’assenza di proposte e progetti che sappiano descrivere un’idea di futuro e delle modalità per governare i diversi cambiamenti. In questa logica si tende a riconoscere sempre meno “l’altro” come persona, non portando il dovuto rispetto alla sua individualità e alle sue differenze. La differenza o l’appartenenza ad una minoranza costituiscono per alcuni, non un valore da salvaguardare, ma un ostacolo da contrastare. Nella logica della maggioranza si pretende di eliminare o far tacere le minoranze e si accredita sempre di più un’idea di società dove chi ha la maggioranza decide per sé e per gli altri cosa sia giusto o sbagliato, quali diritti riconoscere e quali no, quali valori considerare essenziali solo per sé ma non per gli altri.

Nel nostro Paese e nella nostra Regione la maggioranza politica al potere definisce come istituzionalmente legittime le proprie scelte maggioritarie, dimentica i diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione e legifera contro altre minoranze. Uno Stato laico e civile deve invece tutelare i diritti di tutte le persone, minoranze comprese, se non lo fa è a rischio un principio cardine della nostra convivenza civile.

Pensiamo spesso di essere persone civili ma le nostre azioni ed i nostri pensieri non sempre lo sono perché creano confini, misconoscono ad altri diritti e dignità, delegittimano la dignità degli altri. Siamo cioè civili ma non abbastanza.

In questo contesto, dal Milano Pride chiediamo con forza che si torni a pensare ad una società rispettosa di tutt*, che sappia promuovere le stesse opportunità, perché solo questa può essere considerata una società civile.

Pensiamo che una società civile debba essere non solo rispettosa delle minoranze, ma capace di accoglierle e tutelarle, sostenendo azioni concrete di reale integrazione e politiche che sappiano promuovere il rispetto per ogni essere umano; una società che sappia dire di no ad ogni forma di odio e discriminazione, emanando una legge contro l’omofobia, la transfobia, la bifobia e la lesbofobia, che chiediamo venga approvata al più presto.

Chiediamo soprattutto per i giovani, la possibilità di trovare nella società pari opportunità e non solo precarietà, lavori sottopagati con condizioni sempre più deprimenti e mercificanti. I giovani devono avere la possibilità di crescere e formarsi vedendo rispettate le loro individualità, le loro differenze e le loro prospettive di vita. Una società in cui i giovani debbano vivere con poche prospettive valide per il loro futuro è una società povera, discriminante e poco civile.

“Civili ma non abbastanza” siamo quando impediamo ai giovani di crescere liberi e di essere educati al rispetto di sé e degli altri. Chiediamo che nelle scuole si intraprenda una vera ed efficace educazione di genere, che sappia promuovere il rispetto per tutt*. La scuola tutta ma soprattutto quella pubblica deve sostenere e promuovere i valori di un’educazione all’identità di genere, alla sessualità e all’affettività, resistendo alle pressioni di visioni integraliste che limitano le espressioni della personalità umana.

“Civili ma non abbastanza” siamo se permettiamo a visioni ideologiche o religiose di limitare o delegittimare i diritti di altre persone, non riconoscendo ai cittadini la libertà e la piena determinazione loro dovuta.

Assistiamo costantemente ad episodi simili: autorità ecclesiastiche invitate nelle scuole a divulgare messaggi discriminatori nei confronti delle persone LGBT, farmacisti che violando la legge rifiutano la vendita della pillola del giorno dopo, un elevato numero di medici obiettori che di fatto rende troppo difficile abortire, leggi quale ad esempio quella sul fine vita che non vengono neanche discusse in Parlamento perché si ritiene possano turbare il sentimento religioso.

La nostra Costituzione sancisce negli articoli 7 e 8 i principi di laicità, dichiarando la separazione tra Stato e Chiesa cattolica nel primo e l’equidistanza da tutte le confessioni religiose nel secondo. Troppo frequentemente però questi principi non sono rispettati: una società che voglia essere di tutti e per tutti dev’essere fondata su una piena, vera e reale laicità, non solo a parole.

“Civili ma non abbastanza” siamo ogni volta che la società fallisce nel garantire i diritti di tutt*, nel pieno rispetto delle differenze e nella salvaguardia del valore di ogni persona. Le persone transessuali, transgender e intersex sono spesso vittime di discriminazioni anche da parte delle istituzioni, che non offrono loro adeguata tutela. Chiediamo per le persone transessuali e transgender il rispetto della presa di parola e del loro diritto di autorappresentarsi – perché a parlare di realtà trans sono state, fino ad oggi, quasi sempre persone non trans – e l’approvazione di una legge che garantisca il riconoscimento della propria identità di genere senza necessità di interventi chirurgici, terapie ormonali o altre pratiche invasive, sul modello delle legislazioni attualmente in vigore in Argentina, Malta e Danimarca. Chiediamo per le persone intersex l’approvazione di una legge che garantisca la piena libertà di autodeterminazione, vietando ogni tipo di intervento chirurgico sui caratteri sessuali (mutilazioni genitali) del neonato che, alla nascita, presenti caratteristiche anatomo-fisiologiche sia maschili che femminili.

Chiediamo, inoltre, politiche attive di inclusione e rispetto anche nel mondo del lavoro.

La recente legge sulle unioni civili, nonostante sia stata un concreto passo in avanti in un totale vuoto legislativo durato decenni, porta con sé ancora una forte valenza discriminatoria. Per questo motivo continuiamo a chiedere al Legislatore di procedere per un pieno riconoscimento dell’eguale dignità delle nostre unioni, introducendo il matrimonio egualitario.

Con lo stralcio della Stepchild Adoption, durante l’approvazione della legge sulle unioni civili, è stato negato quel primo passo volto a conferire dignità alle nostre relazioni affettive; è necessario, pertanto, il riconoscimento delle nostre famiglie e della nostra genitorialità. Per quei bambini, che ora godono di meno diritti degli altri perché nati in famiglie con due mamme o due papà, chiediamo una legge che sancisca il loro diritto di vedersi riconoscere entrambi i genitori all’atto della nascita, ponendo fine così alla stagione delle lotte nei Tribunali.  Con il riconoscimento alla nascita e la adozione piena dei bambini già nati, i figli delle coppie omogenitoriali potranno contare sempre su due madri o due padri, anche in caso di separazione, come succede in molte famiglie. Chiediamo maggiori tutele per i minori che vivono in contesti di famiglia allargata, attraverso il mantenimento dei vincoli affettivi, il riconoscimento e la tutela del ruolo del co-genitore​, partner di uno dei genitori, che svolge un ruolo di cura e accudimento dei figli.

Sosteniamo la revisione della legge 40 affinché cadano i divieti che impediscono a tutti (comprese donne single, etero o lesbiche) di accedere alle tecniche di fecondazione medicalmente assistita. Chiediamo la modifica della legge allo scopo di consentire l’adozione anche alle coppie dello stesso sesso e ai single.

“Civili ma non abbastanza” diventiamo quando non riusciamo a garantire la salute dei cittadini: chiediamo uno sforzo deciso di prevenzione verso tutte le malattie a trasmissione sessuale, una campagna d’informazione nelle scuole e sui media, in modo particolare sulla diffusione del virus HIV che, a causa anche del silenzio colposo delle istituzioni, continua a diffondersi nel nostro Paese. La cura della persona è garantita anche dal suo benessere psicofisico; per questo, di fronte al permanere di sostenitori delle pericolose “teorie riparative”, chiediamo a tutte le istituzioni di contrastare con forza la diffusione di questa pratica inumana e antiscientifica. Una società è civile se sa distinguere cosa è cura e cosa invece è violenza e sopraffazione.

Quando la società discrimina le persone in base alle loro origini è invece profondamente incivile. La cittadinanza italiana è oggi un diritto di nascita, data solamente quando almeno uno dei genitori già la possiede. La legge in vigore risale al 1992; un disegno di legge per riformarla (introducendo anche il cosiddetto “Ius Culturae” o “Ius Soli” temperato, che renderebbe la cittadinanza italiana un diritto di chi sul suolo italiano vive e studia da anni) viene discusso in Parlamento da più di due anni, e chiediamo che venga approvato al più presto.

Ma la discriminazione legata alle origini non si limita a questo: basti pensare a tutti gli immigrati che, giunti in Italia dopo viaggi estenuanti, si trovano a dover combattere contro una burocrazia complessa persino per noi. È il meccanismo della pessima legge Bossi-Fini, cui da circa un anno si è aggiunto il decreto Minniti-Orlando che – facendo leva sulla falsa correlazione tra immigrazione e sicurezza – introduce ulteriori discriminazioni nei confronti dei più deboli, nega a questi ultimi il diritto al secondo grado di giudizio, al contraddittorio e alla propria difesa, costringendo addirittura il migrante a mostrarsi al giudice solo attraverso una videoregistrazione, tutti aspetti verso i quali molti giuristi hanno sollevato dubbi di incostituzionalità.

Chiediamo, infine, politiche attive di inclusione e partecipazione attiva per le persone diversamente abili, mediante l’abbattimento di qualsivoglia barriera architettonica, sociale e culturale e la realizzazione di progetti diretti a facilitare l’accesso al lavoro e all’istruzione ed a diffondere una nuova cultura della disabilità e della neurodiversità fondata sul riconoscimento di pari dignità ed opportunità per tutti.

Il Milano Pride sta dalla parte di chi vuole una società civile, inclusiva, rispettosa e non potrà mai accettare alcuna forma di neofascismo, che purtroppo sembra voler ritornare come un fantasma del passato. Coltivare la memoria è il vero rispetto per chi ha lottato per la nostra democrazia, ma oltre al ricordo serve oggi più che mai una chiara mobilitazione contro ogni forma di quelle ideologie nefaste e disumane che qualcuno, per motivi politici, vuole ancora propinare. Per noi una società è civile solo se continua ad essere fermamente antifascista.

Dal 22 giugno al 1° luglio durante la Pride Week creeremo in città momenti di confronto e dibattito su questi temi. Sabato 30 giugno scenderemo ancora per le vie di Milano, con un corteo festoso e colorato, per chiedere una società più giusta e civile.